Archive for settembre 2008

Un altro incipit, un altro mini racconto

Ripreso dal blog delle mia amiche scatenate, http://makitevole.blogspot.com/, questa volta ho provato a trasformare un incipit un po’ catastrofico in qualcosa di positivo, pieno di vita.
 

Il cicalìo odioso della sveglia mi fa sobbalzare.
A fatica raggiungo il pulsante, lo premo con un movimento rabbioso.
Ho sonno, non ho voglia di alzarmi. Vorrei dormire, vorrei morire.
Mi alzo sbadigliando. Guardo il mio viso riflesso nello specchio dalla cornice dorata.
No, non può appartenere a me, questo volto dall’espressione disperata.

 

Dalla finestra non entra alcuna luce. Guardo la sveglia e mi accorgo che sono solo le quattro. Devo aver dormito pochi minuti, perché l’insonnia mi attanaglia sempre, tutte le notti. Anche se non è facile, ormai mi ci sono abituato.  

Mi guardo ancora nello specchio: no, non è vero che vorrei morire, e in quanto al mio volto devo solo radermi per non avere quell’espressione.

E’ ancora presto, chissà perché la sveglia ha suonato adesso.

Mi rimetto a letto e il mio cervello si rimette in moto, come sempre, come ogni notte. Con le braccia incrociate dietro la testa, appoggiate sul cuscino, scruto il soffitto. E penso a lei.

Ogni cosa in quella stanza me la ricorda.

Guardo le tende: mi ricordo quando lei mi domandava: “Che ne dici, ti piacciono?” E, dopo il mio sì, lei continuava a ricamare, soddisfatta e contenta.

Guardo l’armadio e mi appare il suo volto sorridente ed interrogativo di quando si provava i suoi vestiti cercando la mia approvazione. Come si divertiva indossandoli o semplicemente appoggiandoli a se stessa per mostrarmeli.

Poi mi giro sul mio fianco e la tristezza si fa palpabile: il suo cuscino, quel cuscino che adesso è vuoto e che ha ospitato i suoi capelli arruffati, ma anche i suoi ultimi giorni. Rivedo la sua faccia che mi sorride, la sua bocca che si avvicina fino a baciarmi, e ascolto la sua voce che ormai non chiama più.

Questi ricordi sono belli, ma forse proprio per questo sono anche più dolorosi.

Molti mi dicono che dovrei sfogarmi, che piangere mi farebbe bene, che dovrei rassegnarmi e che se da lassù hanno voluto così…

Non resisto più, mi alzo e scendo in cucina. Mi preparo un caffé e metto a scaldare il latte.

Con la tazzina in mano guardo fuori dalla finestra e mi accorgo che si sta facendo giorno.

Riflessi nel vetro intravedo i miei occhi tristi. Resto lì in piedi, in attesa di un pianto liberatorio che tarda a venire.

Poi i rintocchi del campanile mi dicono che sono le sette e in quello stesso istante quel pianto, dirompente e pieno di vita, finalmente arriva.

Salgo di corsa al piano di sopra, facendo le scale con pochi balzi. Mi precipito nella camera accanto alla mia e, con delicatezza, faccio entrare la luce del mattino nella stanza.

Lei è lì, nel suo lettino, sveglia e affamata che urla a squarciagola e che si agita. Le parlo e le sorrido mentre la prendo e la tiro su.  E’ bellissima con le guance rosse e calde, con il profumo della notte addosso. Continuo a parlarle e a sorriderle mentre le metto qualcosa per non farle prendere freddo. Adesso anche lei mi sorride e il suo sorriso mi annuncia una splendida giornata.

 
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Racconto breve

Due amiche appassionate di scrittura come me, sul loro blog hanno lanciato l’idea di scrivere un racconto partendo dall’ incipit, cioè la parola o la frase iniziale di un qualsiasi componimento, qui di seguito riportato:
 
"E’ appoggiata al banco, è sola e beve una spremuta. Per terra vicino alle gambe, ha una borsa di pelle nera e non so per quale motivo vengo attirato proprio da questo particolare."
Tratto da "Il passato è una terra straniera" di Gianrico Carofiglio, giallista.
 
Io ne ho scritto il seguente mini racconto.
 

E’ appoggiata al banco, è sola e beve una spremuta. Per terra, vicino alle gambe, ha una borsa di pelle nera e non so per quale motivo vengo attirato proprio da questo particolare. No, invece, lo so benissimo. La guardo di nuovo. E’ molto elegante, ogni tanto si guarda intorno. Chissà, forse sta aspettando qualcuno. E’ bella, non riesco a toglierle gli occhi di dosso. Ma di nuovo quella borsa mi attrae. Cerco di non farmi catturare. Non ce la faccio. Sono affamato e sono entrato nel bar per rimediare qualcosa; non ho soldi, ho un aspetto pessimo, mi sento sporco e puzzolente. Forse lo sono. Non ce la faccio ad avvicinarmi al banco. Il cuore mi batte a più non posso. Non l’ho mai fatto prima. Quella borsa potrebbe risolvere un po’ dei miei problemi. Lei è ancora lì, ma la spremuta è finita da un pezzo. Devo sbrigarmi, potrebbe andarsene da un momento all’altro. Sono indeciso, lei è ancora lì. La borsa è sola, sembra indifesa. Ho deciso, vado, ho paura, ma vado. Sono vicino, molto vicino, ormai sono lì, sto per allungare la mano. Improvvisamente mi riprendo da quello stato di trance. Le sono di fronte, le sorrido come un imbecille. Lei ricambia. "Scusi" le dico. Allungo una mano, ma la ritiro subito indietro. "Che ore sono?" Che domanda stupida! Ma lei è gentile e risponde. Poi si abbassa, prende la borsetta, tira fuori il borsellino, paga il conto e, salutando, se ne va. Sulla porta le cade una banconota dalla borsetta. Velocemente mi muovo per raccoglierla: sono cinque euro. La rincorro e la chiamo a gran voce: "Signora, signora!" Lei si ferma e si volta. "I suoi cinque euro. "Sorride e ringrazia. "Li tenga lei, beva qualcosa alla mia salute" dice. Felice, ricambio il sorriso. Le parole non mi escono, nemmeno un grazie. Non sono abituato a tanta gentilezza. Resto in piedi, immobile, mentre lei si allontana. Ero entrato per rubare una borsetta. Domani avrò ancora fame, ma oggi sono salvo.
19 settembre 2008 22.09

 
 
 

Perchè si scrive? Perché si pubblica?

Ieri ho inviato un post, cioè un intervento, ad un forum che si tiene sulla versione web del Corriere della Sera.

In questo momento si sta discutendo sul motivo per cui si scrive, ma soprattutto sul motivo per cui si vuole pubblicare. Quasi tutti coloro che sono intervenuti sono aspiranti scrittori, appassionati di scrittura, appassionati di lettura, gente che comunque non vive con di scrittura. Ne sono venute fuori le risposte più svariate. Per quanto riguarda lo scrivere ce ne sono molte e tutte più o meno accettabili e comprensibili.

Per quanto riguarda il pubblicare, invece, alcune erano molto opinabili. C’è chi lo vuole fare per soldi, per acquisire notorietà, per esibizionismo, per vanità, e così via. Ce ne erano anche altre, ma molte di queste avevano a che fare con valori materiali.

Metto qui di seguito l’intervento che ho inviato:
"Cominci a scrivere pensando ad un sogno, ma uno di quelli veri, fatto dormendo. La mattina successiva ti svegli e ci pensi un po’. Poi un bel giorno decidi di provare a scrivere e da allora, era il 2003, non smetti più.
Cominci e vedi che ti riesce, le pagine non restano vuote. Sei consapevole della tua forza e, soprattutto, dei tuoi limiti. Finisci un libro e già nei hai in mente altri due. Scegli la prima idea, perchè la seconda la reputi troppo difficile, non sai come rendere un passaggio importante.
Arrivano i complimenti per il primo. Vai avanti e inizi il secondo. Ma allo stesso tempo ti sorprendi, e pensi: "Ma cosa ho scritto di speciale?".
Hai un’idea e la sviluppi. Esterni pensieri e sentimenti che altrimenti non saresti in grado di comunicare. La storia ti piace, scrivi per tuo gusto e non pensi a scrivere qualcosa che possa piacere agli altri.
Il lavoro è terminato. Questa volta ti vuoi mettere alla prova. Spedisci il manoscritto e aspetti la risposta. Vuoi vedere se veramente hai creato qualcosa di valido, ma soprattutto speri in un giudizio obiettivo, fatto da chi non ti conosce. Nel frattempo racconti il libro ad una persona cara, malata. Le piace. Le fai una promessa e le dici: "Se verrà pubblicato farò di tutto perchè diventi utile per qualcuno".
La risposta finalmente arriva ed è positiva. Ti riempi di gioia e di energia e decidi di portare avanti la promessa fatta a colei che non c’è più.
Mi dispiace, devo interrompermi… scusatemi.
Non ci sono solo gloria, soldi e vanità."

Non nascondo che scriverlo mi è costato un po’, emotivamente parlando, perchè sono andato a stuzzicare una ferita che non si è ancora ben chiusa. Ho provato a descrivere, sinteticamente, i motivi per cui ho cominciato a scrivere e quelli per cui ho tentato la pubblicazione. Per me è stato un mettersi in discussione, per vedere se ciò che avevo scritto era qualcosa di leggibile oppure qualcosa di paragonabile a quelle che per i pittori vengono definite croste. Perchè avevo un progetto in mente. Perchè volevo ostinatamente renderlo possibile, privilegiando i sentimenti e i valori umani a quelli materiali.

Dopo averlo inviato, ho ripensato agli interventi che avevo letto e a quello che avevo scritto, rendendomi conto che ero stato forse l’unico ad andare fuori dal coro. E mi sono chiesto: ma come, sono così ingenuo da credere ancora in qualcosa che non sia puramente materiale? Anche una semplice passione deve diventare fonte di guadagno? Dobbiamo necessariamente avere il riscontro della notorietà per renderci conto che esistiamo? Dobbiamo per forza lasciare una traccia che ci identifichi per l’eternità? Non è più possibile fare qualcosa in cambio di niente?