Archive for settembre 2010

Il blog itinerante

Tempo fa mi venne l’idea di far funzionare i due blog, questo e Il Rifugio, come un unico blog itinerante, vale a dire scrivere su uno e linkare sull’altro.
Poi c’è stato il periodo del dubbio: continuare con entrambi oppure no?
Adesso, anche alla luce delle ultime novità di Window live, che non mi piacciono, alla diaspora verso altri social network, ho deciso di continure la mia attività su:
 
 
 
 
Questo spazio rimane aperto e continuerà ad essere alimentato attraverso i link che di volta in volta richiamerò.
 
Un saluto e un abbraccio a tutti coloro che mi hanno seguito fin qui, a chi continuerà a farlo, e a chi continuerà a farlo cambiando… canale.
 
A presto.
 
 
 
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Quattro passi… con Ben – Quinta puntata

Di quell’anno ricordo molto bene la prima gita della mia vita.

Era una bella mattina di maggio e la meta del nostro viaggio era Firenze. Ci ritrovammo presto davanti alla scuola dove ci stava aspettando un grande pullman. La maestra fece l’appello e poi salimmo. Io mi accomodai al centro, mentre molti corsero per prendere i posti in fondo. Con mia sorpresa Elena si sedette accanto a me, mollando le sue amiche inseparabili, fatto, questo, che attirò su di me l’invidia dei miei compagni. Cercai di capitalizzare al massimo quella inaspettata fortuna.

Il viaggio da Pistoia a Firenze fu breve. In circa quarantacinque minuti eravamo già davanti al Duomo. Lì la maestra ci mise in colonna, due a due, io ancora con Elena, ed iniziammo la visita.

Era tutto bellissimo ed  io, dalla contentezza, viaggiavo come se fossi staccato da terra.

Dopo aver visitato il Duomo, andammo al Museo Archeologico e, infine, al Piazzale Michelangelo. Il panorama da lassù era stupendo: Firenze era ai nostri piedi e quella visione ci fece restare a bocca aperta.

Noi, ragazzi di campagna, non avevamo mai visto niente del genere. Per molti di noi, me compreso, quella gita rappresentò la prima volta fuori dalla nostra città.

A mezzogiorno eravamo di nuovo a Pistoia. Riprendemmo la strada di casa consapevoli di avere visto bellezze che il giorno prima non potevamo nemmeno immaginare.

Quella gita mi segnò in modo particolare. Molte volte chiesi ai miei genitori di portarmi di nuovo a visitare quella città e ciò avvenne molti anni dopo. Non avevamo l’automobile a quei tempi, per cui iniziammo un viaggio lunghissimo con l’autobus: da Pistoia a Prato e poi da Prato a Firenze. Finalmente arrivammo e quel giorno ci fu il definitivo innamoramento per quella città.

Il giorno della gita di quinta era il 6 maggio 1976. Me lo ricordo ancora perché legai quella data ad un altro fatto importante di quel tempo: il terremoto che colpì il Friuli.

Con il senno di poi, posso dire che in quel giorno confluirono su di me  due strane coincidenze: la prima era Firenze, che avrebbe avuto un peso importante nel mio futuro, perché lì finii i miei studi e lì conobbi la ragazza che sarebbe diventata mia moglie. La seconda era il Friuli, di cui la mia dolce metà è originaria, da parte di padre.

In un certo senso, durante quel giorno, venne scritta una parte del mio futuro, ma allora chi lo avrebbe immaginato?

 

Quattro passi… con Ben – Quarta puntata

Elena era una ragazza molto carina, alta, con i capelli neri a caschetto, con un carattere chiuso. Era molto amica di Cristina e di Maria Grazia e la loro costante presenza rendeva difficile avvicinarla. Per farlo, bisognava allontanare le altre due, tanto le stavano appiccicate. Allora, assieme a Riccardo ed Andrea, che era cugino di Maria Grazia, studiammo la mossa vincente: fare i compiti a casa di qualcuno di noi, tutti e sei insieme.

L’occasione non tardò ad arrivare, perché la maestra dette da fare una ricerca a gruppi e noi facemmo i salti mortali affinché il nostro piano andasse in porto.

La missione ebbe successo e ci ritrovammo tutti quanti a casa di Elena a fare la ricerca. Il motivo era semplice: lei aveva un’enciclopedia. Facemmo un lavoro eccezionale, risultò il migliore della classe e da quel momento ci ritrovammo molte altre volte per studiare, non necessariamente tutti quanti insieme.

Un giorno, infatti, andai solo io da Elena. Per me era come vivere un sogno, anche se molti centimetri di altezza ci dividevano. Non che avessi dei complessi, ma la realtà era lì, visibile e crudelmente vera.

Facemmo i compiti e poi andammo a mangiare un panino passeggiando per le stradine dei campi che si trovavano dietro la sua casa. Eravamo dei bambini, dieci o undici anni, non di più, eppure mi sentivo molto grande e credo che anche lei provasse quella sensazione. Passeggiammo per molto tempo, fino a quando sua madre ci chiamò una, due volte, per farci tornare in casa. Parlammo della scuola, io dei miei amici e lei delle sue amiche, della festa di Carnevale, dei burattini, tutti argomenti che a quell’età ci sembravano importanti.

Ascoltavo ogni sua parola con la massima attenzione, con lo sguardo rivolto verso il basso, e così vedevo i miei piedi che andavano avanti, una volta uno, una volta l’altro. Non perdevo una virgola di ciò che diceva. Poi, quando era il mio turno, lei smetteva di mangiare, restando con il braccio alzato, con quel panino che fluttuava all’altezza delle spalle, e girando la testa per seguirmi con lo sguardo.

Il tempo volò via velocemente quel pomeriggio. Da quel momento in poi la nostra amicizia si rafforzò. Con lei restammo compagni di scuola fino alla prima Ragioneria.

Elena fu la prima amica di una lunga serie. Non voglio dire che io sia un playboy, tutt’altro, con le ragazze sono sempre stato molto timido ed impacciato, quando si trattava di conquistarle. Però ho sempre avuto più amicizie femminili che maschili e di questo non so spiegarmi il motivo nemmeno oggi.

Un altro libro in… pagella

C’è un altro libro da scoprire ne "Le Pagelle": L’Ara del Marmo di Ines Desideri.
 

Quattro passi… con Ben – Terza puntata

Eravamo una classe numerosa, circa venticinque alunni, più femmine che maschi.

Per tante che fossero le ragazze, una sola attirava l’attenzione di noi ragazzi: il suo nome era Elena, ed io, Riccardo, Fabrizio, Andrea ed alcuni altri non vedevamo l’ora di crescere per fidanzarsi con lei. Soltanto Gianpiero non si sbilanciava mai; diceva che a lui piaceva un’altra, ma non abbiamo mai saputo chi fosse.

A proposito di Gianpiero, mi ricordo che un giorno, quando eravamo in terza, ebbi con lui una violenta lite che per poco non costava cara ad entrambi. Stavamo lavorando con il traforo quando lui ebbe la sciagurata idea di tirarmi un seghetto in un occhio. Sentii dolore e non ci vidi più, ma non a causa del seghetto: ero arrabbiatissimo e reagii colpendolo con un gancio destro che colpi il suo occhio sinistro. Così iniziammo a colpirci reciprocamente e nessuno avrebbe scommesso un centesimo su di me, perché lui era molto alto ed io molto piccolo, ma sorprendentemente ebbi la meglio, mentre la supplente cercava invano di bloccarci (eravamo bambini, ma molto tosti). La lite finì e, ahimè, cominciarono i dolori per noi due. Infatti la supplente ci portò dritti dritti dall’insegnante che era anche la direttrice della scuola, la Signora Melani. Lei non era un’insegnante qualsiasi, non era una maestra severa come tante altre. No, lei era semplicemente il terrore in persona! Ci faceva paura solo a vederla, figuriamoci a sentirla gridare! Le sua urla e i suoi rimproveri risuonarono alti in tutta la scuola. Tutti seppero della nostra lite e la vergogna, mia e di Gianpiero, era così tanta che iniziammo a piangere tutti e due.

Dopo molti minuti di ramanzina la Melani tacque. Mi domandai che cosa sarebbe successo a quel punto: forse ci avrebbe fatto sospendere, forse ci avrebbe punito con molti compiti. Ci guardò intensamente nel silenzio più assoluto. Io e Gianpiero stavamo a testa bassa, senza il coraggio di guardarla negli occhi, con la paura di chi non sa cosa sta per accadere. Persi la cognizione del tempo, chissà quanti minuti passarono. Poi ad un tratto la Melani disse: “Io ho finito, adesso sta a voi dimostrare di essere uomini; datevi la mano e fate pace.”

Sorpresi da questo gesto tanto generoso quanto inatteso, facemmo immediatamente quello che ci aveva detto e il nostro cuore ricominciò a battere regolarmente. Era andata bene.

Da quel giorno ottenni più rispetto da parte di quei ragazzi che non credevano fossi capace di difendermi anche con quelli più grossi di me. Con Gianpiero non ci furono più problemi e molte volte ci ritrovammo a studiare insieme l’uno a casa dell’altro.

Una lezione così non bisogna perderla!

 
Gli insegnanti "reali" avranno lo stesso entusiasmo?
 

Quattro passi… con Ben – Seconda puntata

Io ero molto bravo ed anche Riccardo era molto sveglio, anche se ogni tanto approfittava della mia bravura per… attingere. Formavamo una bella coppia e spesso riuscivamo a fare i compiti a scuola, in modo da avere più tempo nel pomeriggio per giocare a pallone al campino. A calcio lui era un vero e proprio asso, io un po’ meno, ma me la cavavo. Inventavamo dei veri e propri tornei, con tanto di nomi assegnati alle squadre: Nespolo, Chiodo, Bollacchione, e così via; per ogni giocatore avevamo perfino fatto le tessere di appartenenza al Club. Che organizzazione ragazzi!

Alla fine della quarta ci fu un vero e proprio scossone. In quegli anni c’eravamo affezionati tutti quanti alla nostra insegnante: era brava, buona, calma, mai un rimprovero fuori posto o un urlo di troppo per richiamarci al dovere. Era quanto di meglio si potesse desiderare.

L’ultimo giorno di scuola, però, ci disse che, per motivi familiari aveva chiesto il trasferimento a Pescia e che ci avrebbe lasciati.

La notizia ci lasciò di sasso; eravamo attoniti, storditi, ammutoliti. Furono attimi di intenso silenzio. Mi ricordo che nessuno ebbe il coraggio o la forza di muoversi o dire qualcosa, finché fummo risvegliati bruscamente dal pianto di Anna, una bambina molto sensibile e dalla lacrima facile. Di colpo quasi tutta la classe si mosse contemporaneamente, uscendo dal proprio banco per andare ad avvolgere la maestra Carla nel più caldo degli abbracci. Forse nemmeno lei aveva immaginato che le volessimo tanto bene, così si commosse.

La situazione stava diventando pesante, c’era troppa commozione nell’aria. Ci voleva un cambiamento di rotta perché in fondo era l’ultimo giorno di scuola e bisognava pur essere contenti. L’estate era alle porte e le vacanze ci attendevano, non si poteva solo piangere. Allora, per rompere quella scena da libro Cuore, gridai: “Viva la maestra Carla!”

Altri ragazzi seguirono il mio esempio, la commozione si trasformò in sorriso  e cominciammo a saltare con le braccia alzate, finché la campanella, l’ultima di quell’anno, suonò.

All’inizio della quinta avevamo una nuova insegnate, la Signora Fedi, una donna molto alta, bionda, con una vocina piccola e stridente, ma che quando urlava si faceva intendere a meraviglia. Non ci fece una grande impressione e non ci legammo a lei.

Ci incuteva timore, forse più per il suo aspetto fisico che per la sua severità. Era burbera, scontrosa, sempre con la faccia triste: “Hai visto? Ha il muso lungo anche stamattina” era il nostro commento. Abbiamo sempre pensato che quel suo caratteraccio dipendesse dal fatto che era sola, senza un fidanzato, un marito; una “zitellaccia”, pensavamo noi, parola che ci sembrava perfetta per lei, poiché riassumeva in sé lo stato civile e il carattere di una persona.

Quell’anno facemmo molta attività teatrale. Io e Riccardo eravamo molto bravi a scrivere il copione delle recite e degli spettacoli dei burattini. Avevamo fantasia, inventavamo storie e dialoghi che erano molto apprezzati da tutte le insegnanti che li leggevano. Il riconoscimento per questa nostra bravura era quello di essere i protagonisti principali dello spettacolo, quando questo veniva messo in scena.

Fu molto bello quello che facemmo per la festa di Carnevale. C’erano tutte le classi riunite nel salone della scuola, tutti i ragazzi stavano seduti come al cinema, e noi, in cima, stavamo su un palco approntato alla meno peggio, senza quinte, o per meglio dire, senza niente.

La nostra era una classica storia di quelle che ci raccontavano i nonni: il principe, la principessa, il cattivo, l’eroe che salva tutti, … e vissero felici e contenti. Ma la cosa che mi rendeva orgoglioso, oltre ad averla scritta per la maggior parte, era l’aver interpretato l’eroe che salvava tutti.

Alla fine dello spettacolo mi sentivo davvero un eroe dalla contentezza.

“Bravo, sei stato bravissimo!” gridava la Fedi per farsi sentire mentre mi veniva incontro. Appena fu vicina, mi abbracciò e mi dette un bacino sulla guancia. “Diamine” pensai. “Vuoi vedere che ha trovato il fidanzato?”

A questo mio pensiero non ricevetti mai una risposta.