Archive for novembre 2011

Quando meno te lo aspetti

Sono testardo e adesso c’è un’idea che non riesco a togliermi dalla testa.

Mi vergogno un po’ a dirlo, ma oggi non riuscivo a concentrarmi sul lavoro. Lavoravo e in mente mi venivano parole che canticchiavo. Volevo scrivere, ma dovevo lavorare, e così non riuscivo a fare nessuna delle due cose. Ad un certo punto mi sono dovuto fermare e ho dovuto scrivere quello che avevo in mente (lascio a voi immaginare dove ciò è avvenuto).
Ne sono scaturite due paginette di versi, di getto, con una postilla arrivata poco dopo.
E’ stata una bella sensazione, un’ispirazione inaspettata alla quale non ho saputo resistere.

Quattro passi… con Ben – Cinquantaseiesima puntata

Il caldo continuava ad imperversare e le nostre esercitazioni nel piazzale della caserma aumentavano di intensità con l’avvicinarsi del giuramento.
 Un pomeriggio, durante le prove, il caporale mi avvicinò e mi disse:
“Seguimi, ti devo portare al comando.”
“Al comando? Perché?” domandai.
“Evidentemente sei uno importante” disse con tono di chi è costretto a subire un’ingiustizia da parte di un raccomandato.
Io non capivo e, un po’ irritato, gli dissi istintivamente in pistoiese:
“Senti, ‘oso, o tu me lo fai capire anche me o tu sta’ zitto. Io sarei uno importante? Ma proprio te tu me lo vieni a dire? Ma non l’hai visto che ho passato più tempo a fare servizi che fuori?”
“Ci sono visite per te.”
“Visite per me? E chi è?”
“E che ne so io!” chiuse il discorso lui.
Quando arrivai al comando fui accompagnato in una stanza e lì attesi alcuni minuti.
Poi entrò il capitano insieme ad un’altra persona vestita in borghese.
“Bene” disse il capitano. “Dunque è lei il soldato in questione!” Anche lui usò il tono che aveva usato il caporale. Io nel frattempo ero scattato sugli attenti. “Riposo! Adesso vi lascio soli.”
E così dicendo se ne andò.
L’altra persona si presentò, con nome e grado che non ricordo: era un militare.
“Sono un amico di Amedeo.”
Amedeo era un amico di famiglia. “Mi ha parlato di te, per vedere se potevo fare qualcosa per avvicinarti a casa.”
“Non ho mai chiesto questo tipo di aiuto” risposi orgogliosamente.
Per un attimo mi guardò e poi, come se io non avessi proferito parola, riprese:
“Oggi ho fatto visita qui e mi sono informato. Ascolta, la situazione è questa: la tua destinazione è Montichiari.”
“Montichiari? Ma dov’è?”
“È vicino a Brescia. Io non posso fare molto. Potrei solo farti andare a Ravenna. Saresti un po’ più vicino a casa, però non so se ti conviene. Non se ne dice un gran bene. Montichiari è più lontano, ma si dice che lì si stia meglio. Di Pistoia, o Firenze, non se ne parla. Più di questo non mi è possibile fare. Adesso dimmi tu.”
“Cosa devo dire? Sono sorpreso della sua visita, non ho chiesto niente a nessuno, ma la ringrazio per il suo interessamento. Se Montichiari deve essere, che Montichiari sia. Chilometro più, chilometro meno, cosa sarà mai?”
“Va bene, allora lasciamo le cose come stanno. Ti auguro buona fortuna.”
E mentre ci stringevamo la mano gli dissi:
“Grazie di nuovo. Quando vede Amedeo, lo saluti e lo ringrazi tanto da parte mia.”
Mentre me ne tornavo alla mia compagnia, camminavo a passo lento e con la testa bassa, ripassando, una ad una, le parole di quel dialogo, sperando di non dover pentirmi un giorno di quella orgogliosa scelta. Ma come spesso mi era accaduto in passato, anche quella volta fu solo questione di attimi, poi ripresi la normale “andatura” di sempre.

Angolo del buonumore

 

Autoritratto notturno

Quattro passi… con Ben – Cinquantacinquesima puntata

C’erano anche dei momenti di divertimento e di aggregazione fra di noi.
Le sere in cui potevamo uscire andavamo a mangiare quasi sempre in una pizzeria del centro, perché si spendeva poco. Ma quella era solo la seconda tappa delle libere uscite. La prima era andare alla Sip ed aspettare il proprio turno per telefonare a casa, per dire che andava tutto bene, che era caldo, ma non insopportabile, di non preoccuparsi che il cibo era buono e tutte quelle cose che servivano a fare stare meno in ansia chi era a casa. Questi erano gli argomenti riservati ai genitori.
Poi, altra scorta di gettoni e pronti per la telefonata più desiderata: quella con la fidanzata.
Credo che tutte le telefonate di noi militari si assomigliassero. Si raccontava la giornata che era trascorsa, si prediceva ciò che avevamo in programma per la serata, cioè dove saremmo stati a cena e dove avremmo aspettato la ritirata, per poi finire dichiarando il nostro amore e quanto fosse grande la mancanza di lei.
Dopo due telefonate così, la prima piena di mezze bugie rassicuranti, la seconda che ci riempiva di tristezza per non avere vicina la dolce metà, spesso si usciva dalle cabine telefoniche a pezzi, peggio di quando eravamo entrati, desiderosi di sentire le voci dei nostri cari.
Eh sì, la lontananza si faceva sentire, eccome! E nonostante ognuno di noi mettesse del proprio meglio per far finta di niente, le serate finivano sempre, in branda, raccontando fatti ed episodi della nostra vita sentimentale, per chi ne aveva una. Chi invece non l’aveva, ascoltava o parlava di altro. Ma c’era anche chi diceva di averla avuta o se la inventava di sana pianta. Le più buffe e più veritiere erano quelle che raccontava il Colonnello: questo era il soprannome che avevamo dato ad un avvocato di Montecatini, o paesi limitrofi, in virtù del suo aspetto e della sua istruzione. Aveva finito giurisprudenza, era un quasi avvocato, capelli corti di colore rosso e barbetta molto curata, fisico atletico.
Lui amava raccontare le sue prestazioni sessuali con le ragazze d’oltre confine. Da come le raccontava sembrava che già si fosse arruolato, ma nella legione straniera! Ogni storia aveva per protagonista una ragazza diversa, di un paese diverso.
“Dai Colonnello, facci sognare” lo esortavamo noi.
Lui, dopo aver fatto finta di riflettere un po’ per frugare nella memoria, cominciava:
“Ve l’ho raccontato di quando sono stato a Londra? Era il mese di…”
Il resto lo lascio immaginare a chi avrà la pazienza di leggere queste mie righe.
Era l’unico che era venuto in macchina, una Fiat Regata Energy Saving, una novità per quei tempi. E questo ci permise di andare spesso a Pescara a farci il bagno la sera o la domenica di libera uscita.
Le persone con cui avevo legato di più erano quattro o cinque: oltre al Colonnello c’era Roberto, di Quarrata, e due marchigiani: Pilone, soprannome dettato dalla sua stazza fisica, di Macerata, di cui non ricordo più il nome, ed Alberto, di Ascoli, il mio compagno di branda, che invece era l’esatto contrario di Pilone, alto sì, ma secco come un uscio.
Questi sono coloro che ricordo di più di quel mese del Car a Chieti. Tutti gli altri sono volti sfuocati, che vanno e vengono nella memoria. Così come la città di Chieti che non ricordo bene, nonostante ci abbia trascorso un intero mese. Se chiudo gli occhi e penso, ricordo vagamente una piazza a forma rettangolare, la strada della caserma, e i giardini della Villa. Tutto il resto è nebbia.
È come se la mia memoria avesse voluto cancellare gran parte di quel periodo.

Fango

Primo novembre, giorno di festa, ma non per tutti.
La sveglia suona alle 5.00. Fuori è buio pesto, il ritrovo è fissato per le 5,30.
Esco con il mio zaino sulla spalla e mi avvio a piedi.
Siamo sette, un furgone pieno di attrezzi, due fuoristrada di cui uno adibito ad ambulanza.
Partiamo, alle sei dobbiamo incontrarci al casello dell’autostrada con due squadre provenienti da altre località. Ci siamo, entriamo in autostrada e formiamo una colonna, direzione Aulla.
Durante il percorso parliamo e scherziamo, anche da un mezzo all’altro, grazie alla radio.
Finalmente un po’ di luce, tanta quanto serve per far intravedere una bella giornata, appena velata.
Alle 8,00 arriviamo puntuali sul posto. Usciamo dall’autostrada ad Aulla, uscita riservata solo ai mezzi di soccorso. Il tempo sembra avere un conto in sospeso con quel posto. Fino a pochi chilometri prima era tutto sereno, adesso una nebbia sinistra avvolge l’intero paesaggio.
Il marrone del fango colora le strade, le piazze, i giardini. Ci sono mucchi di cose ad ogni angolo di strada: sedie, mobili, materassi, divani, carcasse di auto. Si intravede l’interno degli edifici al piano terra: vetri rotti, pavimenti marroni.
Una città devastata, una città fantasma. Non si vedono civili a giro, o almeno non sembrano tali. Le persone che incontriamo sembrano essere lì per aiutare nei soccorsi: vigili del fuoco, personale dell’esercito, protezione civile, persone, forse volontari, con stivali di gomma e giubbotti ad alta visibilità. Le strade sono percorse solo da mezzi di soccorso, che sono dappertutto. Sembra una città sotto assedio.
Andiamo al centro di smistamento volontari, un centro sportivo che conosco per averci accompagnato mia figlia, in passato, per le gare di nuoto. La palestra adesso è adibita a dormitorio per i volontari. Compiliamo la documentazione e veniamo inviati al palazzo comunale, dove c’è la centrale operativa. Il nostro capo sale e noi cominciamo a cambiarci, ci mettiamo gli stivali, tiriamo fuori caschetti e guanti, l’attrezzatura è tutta sui mezzi.
Paradossale: sembra che non ci sia lavoro per noi, ma il nostro capo attende, insiste, e otteniamo un incarico.
Ci presentiamo nel luogo indicato, sono quasi le 10,00. Il responsabile ci illustra la situazione. Le cantine di un palazzo enorme, abitato da cento famiglie, devono essere svuotate dal fango e dall’acqua. Sotto ci sono già un centinaio di volontari al lavoro, ma è molto buio, non si vede quasi niente. Noi abbiamo le luci. Andiamo giù a vedere. Entriamo, con cautela per non cadere nel fango che arriva quasi all’altezza degli stivali che a fatica riusciamo a sollevare per fare un altro passo. Sotto è come un labirinto, un ambiente enorme. Si sentono urla impartire comandi, il rumore dei mezzi meccanici che entrano ed escono con le pale piene di oggetti e fango.
Abbiamo individuato dove mettere le luci. Usciamo e prepariamo l’attrezzatura, poi alcuni di noi si immergono nuovamente nel sottosuolo, mentre altri restano fuori ad azionare il generatore. Troviamo una fessura nelle grate di ferro per far passare i cavi, alcuni minuti di lavoro ed un corridoio viene illuminato: è lunghissimo. Ci portiamo dall’altro lato e facciamo altrettanto: anche lì portiamo la luce, si può lavorare. Adesso anche noi possiamo spalare insieme agli altri. Si suda, si fatica, la pala comincia a scivolare fra le mani e a piegarsi di lato.
Arriviamo alle 12,30, decidiamo di fare una pausa, a turno. Alcuni vanno a mangiare, in due rimaniamo sul posto. Ho la sensazione di non arrivare a far niente. Ne parlo con i miei compagni, sostenendo che ci sono troppi tempi morti. Solamente per entrare e uscire dal sottosuolo occorrono diversi minuti.
In quel frangente arriva un responsabile e ci chiede se abbiamo una pompa sommersa. Sì, l’abbiamo, e la vasca della centrale termica diventa nostra. Dentro, fuori, dentro, fuori, nel giro di venti minuti la pompa è in azione per svuotare quell’ambiente.
Siamo di nuovi tutti insieme, più tardi alcuni andranno a svuotare la cantina di un altro palazzo, un po’ più piccolo.
Siamo coperti di fango, bagnati, sporchi, e anche un po’ affaticati.
Io continuo ad avere la sensazione di non aver fatto niente, di aver perso un sacco di tempo: troppi tempi morti, continuo a dire a chi cerca di farmi capire che abbiamo fatto quello che ci è stato richiesto.
Il buio incombe e la gente continua a lavorare nel sottosuolo, fuori i mezzi meccanici cercano di aspirare il fango dall’alto con tubi dal diametro esagerato. La nostra pompa nel frattempo si è bruciata, ha vinto contro l’acqua, ma contro il fango non ce l’ha fatta.
Torniamo per l’ennesima volta giù, bisogna smontare le nostre apparecchiature prima che sia buio. I punti luce adesso non servono più, quelle zone sono state ripulite alla meglio e la gente si è portata in un’altra ala delle cantine. Le nostre pale non ci sono più, ma non ci dispiace, chi le ha prese lo ha fatto per bisogno.
Siamo quasi pronti. Uno di noi apre il furgone, si siede sul paraurti e si addormenta così. Lo lasciamo dormire per un po’, poi è ora di tornare al centro dei volontari per il cosiddetto “scorporo”, per avvertire che la nostra squadra se ne va.
Dopo una lunga attesa, dovuta ad una lunga fila di persone che sono lì per lo stesso motivo, riprendiamo la strada di casa.
Siamo stanchi, ma non abbiamo perso la voglia di parlare e di scherzare fra noi. Lo facciamo anche da un mezzo all’altro, grazie alla radio.
Io sono ancora convinto di non aver fatto granché, ma forse hanno ragione i miei compagni: abbiamo dato luce dove serviva, abbiamo svuotato acqua dove serviva, abbiamo aiutato a spalare dove serviva.
Il pensiero non può che andare a quelle persone che oggi ci è parso di non aver visto, in una città sventrata, in una città fantasma, in una città dipinta con un solo colore: quello del fango.
Siamo arrivati a casa, è tardi. 
Termina così il primo novembre, giorno di festa, ma non per tutti.

Quattro passi… con Ben – Cinquantaquattresima puntata

Il cibo non era buono, ma a cena mangiai tutto. Già da quel primo giorno mi imposi di mangiare ugualmente, anche se, nei giorni successivi, a colazione, mi ritrovai a prendere spesso una porzione in più di biscotti per nasconderla nell’armadietto e mangiarla al momento opportuno. Quando sembrava che la giornata fosse finita, l’ufficiale di servizio trovò il modo di infliggere una punizione perché un cubo, cioè un letto, non era stato rifatto a dovere. Così, fece pulire tutti gli armadietti, poi,dopo una serie di parolacce, ci dette il permesso di andare a letto. Ovviamente il suo “benvenuto” non era altro che un modo per inculcare in noi il principio del rispetto e farci vedere chi comandava e che cosa era capace di fare, qualora lo avesse voluto. Ci riuscì benissimo e prima di ogni contrappello era nostra premura vedere se tutto, compresi noi stessi, era in perfetto ordine. Finalmente quella giornata finì e, grazie a Dio, riuscii ad addormentarmi.  

La mattina seguente la sveglia mi trovò già in piedi. Per evitare l’intasamento ai bagni, cosa inevitabile visto il grande numero di reclute presente in compagnia, mi alzai appena mi svegliai, anche se era un po’ presto rispetto all’ora in cui saremmo stati svegliati tutti,  e con relativa calma mi feci la barba, mi lavai e cominciai a vestirmi in attesa di scendere per la ginnastica. Fu una scelta saggia, che portai avanti per tutto il resto dei giorni al Car. La ginnastica consisteva in circa quindici minuti durante i quali un disco risuonava alto per tutta la caserma, impartendo ordini per farci fare esercizi fisici, alternati alla corsa, giusto per scaldarci e tenerci i muscoli tonici. Essendo in pieno luglio, questo comportava la prima sudata della giornata. Alla fine dell’attività fisica c’era la colazione e tutti quanti dovevamo metterci in fila in attesa di entrare al “ristorante”. Prima si entrava più tempo avevamo per mangiare e rilassarsi qualche minuto prima di iniziare l’addestramento. Al contrario, più si rimaneva in fila fuori meno tempo si aveva per fare colazione e poteva capitare di dover uscire senza avere terminato di farla. Nel giro di poche mattine imparai a gestire i giri di corsa della ginnastica, in modo da arrivare alla fine del tempo a ridosso della prima fila di attesa per entrare a fare colazione. Con questo piccolo trucco mi ritrovavo spesso in prima fila e, se proprio andava male, in seconda.

Il periodo del Car non fu molto bello. Spesso ero di servizio e questo mi impediva  di uscire la sera. Mi feci tanti servizi di piantone, cioè di guardia alle camerate, e tanti servizi in cucina, a lavare, pulire e vedere tutto quel ben di Dio di… sporco possibile ed immaginabile: grasso dappertutto, cibi trattati in modo barbaro, carne che veniva sbattuta ovunque prima di essere cotta e servita, pentoloni grandi come botti pulite con acqua, senza detersivi e poi asciugati con stracci inguardabili. Una mattina che ero di servizio in cucina, cioè quello che detestavo di più, riuscii ad imboscarmi e stetti fino all’ora di pranzo in camerata senza che nessuno mi venisse a cercare. Ma poi mi tornarono in mente le parole che il Giuba mi disse l’ultima volta che ci vedemmo prima della mia partenza: “Bobby, rimani te stesso.” Fra tutto ciò che mi era stato detto prima di partire, quelle parole risuonarono alte dentro di me. Da allora in poi cominciai ad affrontare la vita militare di petto, senza subirla passivamente in quanto impostami, ma con il cipiglio, il carattere e la mia personalità. Senza cercare di scansare quello che capitava, mi accorsi che le cose diventavano più semplici. Era molto più facile per me compiere le cose quotidiane, anche se impreviste, con naturalezza, come una cosa che dovendo esser fatta, valeva la pena di farla bene. Così facendo conquistai la fiducia ed il rispetto degli altri commilitoni, molti dei quali, a distanza di tanti anni, hanno solo un volto e non più un nome.