Archive for dicembre 2011

Buon Anno!

Da Il Rifugio di Roberto
Ogni anno ci auguriamo che l’anno nuovo sia migliore del precedente, che sia pieno di serenità, pace, salute, amore, ricco di ogni bene.
Nella speranza che sia la volta buona, auguro a tutti voi, amici di “Ben… oltre”, un buon 2012!

 

Riflessione, andando verso la fine dell’anno

Puoi dimenticare la persona con la quale hai riso,

 mai quella con la quale hai pianto.

(K. Gibran)

Quattro anni?

Mi sono ricordato che in questi giorni, quattro anni fa, aprii questo blog per parlare soprattutto della mia passione della scrittura. Quattro anni sono tanti, anche se, considerando il tempo effettivo di apertura, il tempo si accorcerebbe e di parecchio.

Erano i tempi di un’altra piattaforma, Window Live Spaces (ma si chiamava cosi?), alla quale mi ero affezionato molto. Poi il cambiamento che è corrisposto anche ad un mio cambiamento, con la voglia di chiudere che mi ha spesso tentato e che per un periodo era riuscita a… convincermi.

Oggi sono contento di essere qui: E’ vero, gli interventi sono pochi, ma rappresentano me ed il periodo che sto vivendo. Insomma, anche se scrivo più raramente, lo faccio partendo sempre da qualcosa che mi caratterizza e che esce da me, come ho sempre cercato di fare, senza tanti condiziomenti esterni.

Grazie, a chi mi ha seguito in passato e a chi continua a farlo ancora.

Grazie a voi.

Quattro passi… con Ben – Cinquantottesima puntata

La formazione per il giuramento era fatta. Io ero destinato all’angolo sinistro del primo plotone, vuoi per la mia altezza (minima), vuoi per le mie capacità di tempismo nell’eseguire gli ordini impartiti. In sostanza ero quello che doveva dettare il ritmo ogni volta che il plotone girava per invertire la direzione di marcia.

Ogni giorno che passava faceva aumentare la voglia di vedere i miei familiari. Sapevo bene che non sarebbero venuti al giuramento, perché il viaggio era lungo e strapazzante, e poi quello era stato l’accordo prima di partire. Tuttavia alcuni giorni prima dell’avvenimento cercai di convincerli a venire.
Ricordo che la sera che telefonai, i cellulari all’epoca non c’erano, cercai un bar con il telefono a scatti e non a gettoni, per non correre il rischio di rimanere a mezzo con il discorso. Ma era troppo tardi ed era impossibile organizzare il loro lavoro per partire per Chieti con così poco tempo di preavviso.
Era ciò che già sapevo, ma ci rimasi male ugualmente.
Così decisi che quel giorno sarei rimasto in caserma, in servizio volontario, per favorire la libera uscita di un qualsiasi altro collega sconosciuto che avesse avuto i propri cari al seguito.
“Bene!” urlò il sottufficiale di giornata. “Adesso ho bisogno di alcuni volontari per i servizi del giorno del giuramento. Vorrei che coloro che non riceveranno visite si facciano avanti e alzino la mano.”
La alzammo in pochi e ci contò.
Nel frattempo Pilone mi dette una botta sulla schiena da dietro e mi urlò sottovoce nell’orecchio:
“Ma che fai, sei scemo? Forse pensi che tutti quelli che non hanno alzato la mano c’hanno i genitori, c’hanno?”
E proseguì: “Tu esci con me e con i miei genitori, non mi fare incazzare, non mi fare!”
In pochi secondi capii che aveva ragione lui; al successivo contrappello dei volontari ne mancò uno e, nonostante le richieste insistenti del sottufficiale, non fu trovato.
Il giorno del giuramento fummo svegliati molto presto in modo da essere pronti e perfetti in ogni piccolo particolare. La cerimonia si svolse sotto un sole rovente e tutto andò per il meglio. I complimenti si sprecarono, per tutti. E fu una piccola soddisfazione dopo tanti giorni di allenamenti.
Poi ci andammo a cambiare per la libera uscita. Pilone uscì in divisa e come promesso, mi fece uscire insieme a lui e ai suoi genitori, mescolati insieme a tutte le altre persone che, a centinaia, affollavano la caserma e che erano intenti ad uscire.
Ma appena fuori li fermai un attimo e dissi loro:
“Pilone, ti ringrazio e ringrazio anche voi per avermi invitato a trascorrere questa giornata in vostra compagnia, ma oggi è la vostra giornata e dovete stare insieme, dopo un mese, senza estranei fra i piedi.”
Pilone insistette: “Dai Robbé, vieni con noi.”
“Ti ringrazio, davvero, ma non preoccupatevi, io andrò a Pescara a farmi un bel bagno. Buona giornata a tutti quanti.”
E così me ne andai a Pescara, in perfetta solitudine.
Presi il mio autobus, passeggiai per Pescara, presi il sole sulla spiaggia, feci il bagno e pensai per tutto il giorno a tutte le giornate che non avevo trascorso insieme ai miei genitori, alla partita di pallone alla quale non avevano potuto assistere, alla domenica che non avevamo potuto trascorrere insieme, alla gita che non avevamo potuto fare, alla recita che non poterono vedere, alle festività che non avevamo potuto festeggiare insieme, a tutte le altre volte in cui avevo dovuto dimostrare un’età più grande di quella che in realtà avevo, poiché avrei dovuto agire senza la loro presenza.
E tutto questo per il loro particolare lavoro che li teneva impegnati dall’alba fino a mezzanotte, fatto di sacrifici, frustrazioni, fatiche e rinunce, povero di soddisfazioni, ma ugualmente fatto con impegno e dedizione, per permettere ai figli di avere una vita diversa dalla loro, un futuro migliore.
La sera, al rientro, ognuno cercò di raccontare come aveva trascorso la giornata insieme alla famiglia e alle fidanzate. Io stavo a sentire e, al dolce suono di quelle storie altrui che avrei voluto fare mie, mi addormentai.
Finalmente il Car stava per finire ed arrivò il giorno del trasferimento: domenica 28 luglio.
Ricordo quel giorno anche perché dovetti rinunciare al matrimonio di una mia cugina, la più cara di allora e di oggi.
Sul piazzale fummo divisi in base alle destinazioni.
Dei miei amici nessuno era destinato ad andare a Montichiari.
Con Pilone, il Colonnello, Alberto e Roberto, ci abbracciammo un po’ commossi, perché sapevamo benissimo che non ci saremmo più visti né sentiti. Ci augurammo buona fortuna, poi ognuno si diresse verso il suo nuovo gruppo.
Il mio era composto da poche persone, una dozzina, al massimo quindici.
Cominciammo a parlare e notai in uno di essi un accento familiare.
“Sei toscano?” gli chiesi.
“Di Pistoia” mi rispose.
“Anch’io. Ciao, sono Roberto!”
“Ciao, sono Federico!”
Nacque così, nel piazzale di quella caserma, un’amicizia che ancora oggi continua.

Che cosa resterà di questo Natale?

Dopo ore di silenzio, nel pomeriggio le strade si sono ridestate, poi è scesa la sera.
Il giorno di festa adesso volge al termine e, dopo corse più o meno affannose, tutto torna alla normalità.
O quasi.
Avevo alcuni pensieri che volevo tradurre in immagini, poi mi sono accorto che quelle stesse immagini non avevano niente a che vedere con un giorno di festa. Allora mi sono detto di tradurli in parole, ma poi mi sono accorto che quelle stesse parole non si conciliavano con un giorno di festa.
E allora quei pensieri sono rimasti tali.
Davanti a me le lampadine dell’albero continuano a rincorrersi.

Tanti auguri!

Quattro passi… con Ben – Cinquantasettesima puntata

Durante quel periodo conobbi solamente una persona che fosse estranea al mondo militare. Accadde a Pescara un sabato pomeriggio che ero uscito da solo.
Mi feci un bagno, presi un po’ di sole, e nel tardo pomeriggio decisi di telefonare a Cinzia per comunicarle che quella notte avevo sognato che il Giuba era diventato padre e, poiché la nascita era prevista in quei giorni, volevo informarla di questo presentimento.
Mi recai in una piazza del centro, ricca di cabine telefoniche e in attesa del mio turno mi misi seduto sopra una panchina giocherellando con il sacchetto dei gettoni.
“Buonasera” disse un signore sulla cinquantina. “Posso sedermi oppure è occupato?”
“Prego, venga pure, è libero” risposi.
“Sei in servizio di leva?” continuò.
Evidentemente il taglio dei capelli era un segnale ben visibile.
“Sì.”
“E dove?”
“A Chieti.”
“Ah, sei un carabiniere!”
“No, sono nell’esercito.”
Continuammo per un po’ la conversazione.
Io per natura sono sempre stato diffidente con gli sconosciuti ma nonostante ciò non mi dispiaceva parlare con quell’uomo, di cui ancora non conoscevo il nome. Forse avevo voglia di parlare anche per interrompere la solitudine che mi attanagliava in quel periodo, ed in quella giornata in particolare.
“Scusa, non mi sono ancora presentato” disse poi improvvisamente. “Mi chiamo Romolo.”
“Io Roberto, piacere.”
“Stai aspettando che si liberi una cabina?”
“Sì, devo chiamare la mia ragazza. Stanotte ho sognato che il mio migliore amico è diventato padre e siccome il tempo scade proprio in questi giorni …”
Non avevo intenzione di dirlo, ma mi uscì così, inavvertitamente.
“Stai a vedere che è nato!” concluse lui. “Ah, guarda, c’è una cabina libera.”
“Vado.”
Ed entrai in cabina.
Cinzia mi disse che il giorno precedente era nato Lorenzo e che l’indomani sarebbe andata a vederlo insieme ad altri nostri amici. Ero molto contento, ma mi dispiaceva non essere lì in quel momento. Ero commosso. Uscii dalla cabina con il sorriso sulle labbra, ma con gli occhi lucidi dalla commozione e mi diressi verso quella panchina sulla quale Romolo era ancora seduto.
“È nato davvero” gli dissi.
“Si vede che sei contento, ma ti dispiace di essere lontano, non è così?”
“Già.”
“Devi essere un bravo ragazzo. Ma non essere triste, anzi, sai cosa ti dico? Andiamo al bar, ti offro da bere così puoi brindare alla salute del neonato.”
Andammo in un bar a prendere una bibita, dopo mi volle far vedere il suo laboratorio, la sua lavanderia. Poi lo salutai perché era l’ora di riprendere l’autobus e tornare a Chieti.
“Tornerai a Pescara?” chiese.
“Non lo so, perché spesso sono di servizio, e poi il 28 parto per la mia destinazione.”
“Dove ti mandano?”
“A Montichiari.”
“Nella piana bresciana, non è male, è vicino al lago di Garda.”
“Tu sai dov’è? Allora solo io non so dove si trovi questo posto.”
“Sai come si chiama la caserma dove andrai?”
“No, non ancora.”
“Tu conosci il mio indirizzo. Facciamo una cosa: quando sei lassù inviami quello tuo, così ogni tanto potremo scriverci.”
Rimasi un po’ sorpreso per quella richiesta, comunque gli risposi di sì, convinto che comunque non lo avrei né rivisto né sentito. Invece, poiché per me una parola data va rispettata, una volta arrivato a destinazione gli mandai il mio indirizzo e lui cominciò a scrivermi delle cartoline, alle quali ogni tanto rispondevo. Poi, un giorno, arrivò una cartolina con su scritto: “Tanti saluti da Pescara. Con amore, Romolo.”
A quel punto realizzai che avevo conquistato un omosessuale.