Archive for gennaio 2012

Le pagelle di Ben – Vedi alla voce: Amore di David Grossmann

Vedi alla voce: Amore – D. Grossman
In assoluto il libro più difficile che abbia letto. Mi ha creato molte difficoltà e spesso sono stato sul punto di abbandonarlo, ma poi ho resistito e, con molta lentezza, è riuscito a portarmi fino alla fine.
È anche difficile parlarne, perché è talmente complesso, forse geniale, per la fantasia dell’autore nel proporre un punto di vista alternativo a quelli che generalmente trattano dell’olocausto.
Infatti, già leggendo la quarta di copertina, uno scopo era proprio quello di parlarne in maniera originale alle giovani generazioni, quelle che ne hanno sentito solo parlare, senza aver vissuto quel periodo direttamente, proprio come Momik, il protagonista di questo romanzo, che, ancora bambino, cerca di carpire i segreti della “belva” dai sopravvissuti che, a causa di un dolore ancora forte ed una ferita perennemente aperta, non osano raccontare niente di quella vicenda, se non accennando per poi ritrarsi.
Poi Momik cresce e diventa uno scrittore che segue le vicende legate alla morte di uno scrittore polacco ebreo, Bruno Schulz, ucciso da un nazista per fare un dispetto ad una altro nazista.
Questa seconda parte mi è rimasta particolarmente difficile e più volte mi sono detto che poteva anche non far parte del romanzo, sembrando quasi un racconto a sé stante. Qui Grossman si è veramente sbizzarrito con la fantasia, anche troppo, facendo perdere spesso il senso dell’orientamento: giù nel mare alla ricerca del libro incompiuto di Bruno, Il Messia, del quale non si ha più traccia. Riferimento puramente casuale? Le domande di Momik si susseguono e hanno bisogno ancora di altri personaggi, più o meno fantastici per ottenere risposte. Ed ecco che arriva Wasserman, un autore di racconti per bambini, nonno “per caso” di Momik, che attraverso una storia raccontata ad un nazista, Neigel, con il quale instaurerà un rapporto del tutto particolare di confronto-scontro, svelerà le atroci verità dell’olocausto, gettandole in faccia anche a chi, convinto sostenitore di un’ideologia come Neigel, si sentirà schiacciato e sconvolto dalle contraddizioni interiori, tanto da poterle risolvere soltanto con il suicidio.
Il romanzo ruota su se stesso, come l’ultima parte, l’enciclopedia, che rimanda continuamente ad altre voci, senza un ordine ben preciso, dove l’unico ordine sembra essere quello delle sensazioni, delle forte emozioni che una tragedia come l’olocausto può far provare, quello delle domande che ritornano sempre, crudeli, quell’interrogarsi sui perché, con la vita che emerge dai vari personaggi a significare che, comunque violentata, offesa, distrutta, piegata, non verrà spezzata, ma rimarrà sempre unica e speciale, come ogni persona.
Come ho detto all’inizio, il libro è molto complesso e sono convinto di aver perso per strada tanti piccoli particolari e tante sfumature. Capolavoro? Forse, per la genialità dell’opera. Lo stile di scrittura di Grossman qui è diverso da quello che avevo conosciuto in altri suoi libri. La prima parte si adatta molto bene al linguaggio di un bambino, la seconda fa perdere l’orientamento per le acrobazie della fantasia. La parte finale, più lineare e scorrevole, se in un romanzo del genere si può parlare di linearità e scorrevolezza, è stata quella in cui l’autore riesce a dire le cose più crude con una delicatezza fuori dal comune, per me decisamente la migliore.
Però, quanta sofferenza nel portarlo a termine!
Il voto dell’istinto sarebbe basso, il voto dopo averci riflettuto per un po’ sarebbe alto, quindi:
Voto di Ben:  7,5

Quattro passi… con Ben – Sessantunesima puntata

L’indomani mattina ebbi modo finalmente di vedere il fortino, e ciò che lo circondava, con la luce del sole. Svegliandomi, come al solito prima che suonasse la sveglia, mi affacciai alla terrazza, guardando dall’alto il cortile dove eravamo stati accolti. Ero sopra al ristorante (lo chiamo così per comodità). A piano terra, alla sinistra c’era l’entrata delle camerate, di fronte c’era l’ingresso del fortino e alla sinistra c’era la porta dello spaccio, cioè il bar.
Rientrai in camera e mi affacciai alla finestra che dava sulla parte opposta, cioè sull’esterno del fortino.  Guardando fuori, mi resi conto che eravamo all’interno di un aeroporto, non attivo, e si vedeva una enorme distesa di erba, alcune piste ed in lontananza dei capannoni, gli hangar, e ancora oltre si intravedevano i monti.
Pensai: “Ma case non ce ne sono?”
Alle mie spalle giunse Giorgio e mettendomi una mano sulla spalla, mentre io mi giravo per vedere chi fosse, disse: “Ma come, non hai mai visto la pianura Padana? Ecco, qui ne hai un esempio.”
La sveglia suonò ed anche gli altri si svegliarono.
“Ehi” disse uno stirandosi e sbadigliando. “Le burbe sono già sveglie. State guardando il panorama? Rassegnatevi, il paese più vicino è a sei chilometri. Si chiama Castenedolo. Dalla parte opposta c’è Montichiari; sono entrambi a circa sei, sette chilometri da qui. Ma per andarci bisogna fare l’autostop, non ci sono corriere. A meno che uno non porti la macchina. Comunque io sono Marocchi e sono di Mantova, gli altri dicono che sono raccomandato, ma non è vero”  disse strizzando un occhio.
E così ci presentammo, scoprendo che quasi tutti ero lombardi.
“Io sono di Pistoia, sono toscano; a proposito ce ne sono altri?” chiesi.
“Sì, c’è il Chilleri che è di Firenze, oltre che mezzo matto. Poi c’è il Cini di Siena, anche De Cicco è di Siena, il Picchi e il Landi di Lucca. Poi non so.”
“Ma vi conoscete tutti qui dentro?”
“Per forza, non siamo tanti e se si escludono quelli che sono in servizio siamo ancora meno. Credo una settantina in tutto. Ma qui al fortino il numero è più basso perché fra quelli che sono di guardia, compresi gli autisti, e quelli che lavorano al comando in cucina, mancano sempre una quindicina di persone.”
Era tutto così diverso da come avevo immaginato, dopo aver trascorso un mese a Chieti.
In breve, le cose funzionavano così: si abitava e si mangiava al fortino, ma si lavorava in altri posti che dovevano essere raggiunti con il camion. Erano due, che facevano la spola tutto il giorno da un capo all’altro della caserma (chiamiamola così per facilità) accompagnando i militari in qua e in là. Si potrebbe provare a descrivere quel posto in questo modo, andando da sinistra a destra: c’era il fortino, poi un hangar (detto Saporiti) dove c’era l’armeria, alcuni magazzini ed un primo corpo di guardia.
Per andarci, bisognava oltrepassare i due cancelli che avevo già visto la sera precedente, all’interno dei quali c’era un aero club privato.
Proseguendo ancora verso destra si incontrava l’ingresso principale della caserma (detto Centrale), con una baracca di legno vicino all’ingresso ed un piccolo parcheggio per le auto. Andando ancora oltre c’era il comando (detto Comando), con gli uffici e le abitazioni per ufficiali e sottufficiali. Infine, lì vicino, un altro hangar (detto Taliedo), all’interno del quale si riparavano gli strumenti militari, ad esempio i missili; all’esterno c’era il deposito degli automezzi, l’officina ed un altro corpo di guardia.
Questi quattro blocchi, dislocati lungo circa due chilometri, costituivano ciò che prendeva il nome di Reparto Riparazione e Rifornimento Missili di Montichiari, più brevemente detto Rep. Rip. Rif. Montichiari, e noi facevamo parte dell’Artiglieria Missilistica.
A dirla così sembrava un corpo speciale, uno di quelli composti da gente scelta, super intelligente e con gli attributi, ma in realtà non era in questo modo.
Il mio primo incarico fu al Saporiti, in magazzino, dove mi dovevo occupare della contabilità agli ordini del maresciallo Badia e del sergente Dell’Orso, due persone dall’animo gentile. Federico invece andò a lavorare al comando, in ufficio; anche Giorgio fu destinato lì, ma in cucina ufficiali, così con lui cominciammo a vederci poco, poiché era distante e rientrava molto tardi la sera.
Ma il mio incarico definitivo era quello di autista e sapevo che quel posto di contabile sarebbe stato provvisorio. Mi dispiaceva un po’, ma gli anziani dicevano che essere autista era meglio che essere caporale, perché si facevano poche guardie, si aveva la possibilità di uscire dalla caserma e anche la possibilità di dormire fuori, se eravamo destinati al giro per prelevare e riaccompagnare  gli ufficiali alle proprie abitazioni.
Nel frattempo, però, ero di guardia un giorno sì e un giorno no, ed era per tutti così.
I giorni trascorrevano senza che uscissimo dalla caserma.
Quando non ero di guardia, la sera, al rientro dopo il lavoro, spesso giocavo a calcio in un campino situato sul retro del fortino. Quel campo era sempre gremito di militari che volevano giocare. Così imbastimmo un sacco di mini tornei a squadre. Poi, dopo la partita, una doccia, un po’ di relax e quindi a cena.
Provai ad uscire per andare in paese, pur sapendo che non c’era niente di interessante da vedere, ma il fatto di dover fare l’autostop oppure andare a piedi, non mi allettava. Una sola volta arrivai a Castenedolo, ma poi rinunciai e non uscii più fino alla mia prima licenza.

Ultime notizie! Giornali! Incredibile notizia!

Oggi sui giornali si legge di tutto, anche notizie che hanno dell’inverosimile.

Non ci credete? Allora leggete sotto!

Mah! Sarà mica lo scherzo di un buontempone?

Quattro passi… con Ben – Sessantesima puntata

Ci accolse un maresciallo, il maresciallo Sartori, una persona dalla faccia gentile e dai modi garbati.
“Non fateci caso, l’accoglienza è sempre così, ma qui starete bene. Certo, a casa vostra sareste stati meglio, però vi posso dire che qui non c’è nonnismo, che è una piccola caserma, infatti siamo in tutto circa una settantina di militari, e per la maggior parte siete tutte persone scelte, insomma, dovreste essere tutti bravi ragazzi.”
Quello che diceva contrastava con quanto avevamo visto nel fortino e non sapevo se lo diceva per tirarci su oppure se era davvero in quel modo.
“Siete arrivati più tardi del previsto” continuò. “Però vi abbiamo lasciato qualcosa da mangiare. Purtroppo è freddo, ma domani andrà meglio. A proposito, qui si mangia meglio che a Chieti, così dicono gli altri.”
Era una buona notizia.
Mangiammo dei panini con degli affettati, accompagnati da insalata di pomodori, e acqua minerale gassata (parecchio gassata, le bollicine sembravano palline da ping pong). Eravamo talmente affamati che anche quel poco cibo ci sembrò buonissimo.
I panini, le classiche rosette, erano veramente buoni, e restarono il fiore all’occhiello della cucina della caserma per tutto il resto del periodo. Anche l’insalata rimase una costante, tant’è vero che una volta congedato ho rifiutato di mangiarla per alcuni anni.
“Coraggio, dopo aver mangiato vi accompagnerò nelle camerate, così potrete spogliarvi e fare una bella doccia” disse il maresciallo.
“La doccia? A quest’ora?”
“Certo, ve l’ho detto, qui starete bene. I bagni e le docce sono all’interno del fortino, e ne potrete usufruire in tutti i momenti che vi è permesso di stare nelle camerate.”
“Questa sì che è una bella notizia” disse uno di noi.
Mangiammo ancora più in fretta per poter andare a lavarci.
“Chissà cosa ci aspetta su, dopo la bella accoglienza” ci domandavamo.
“Tranquilli, il cane che abbaia non morde” riprese il maresciallo. “Molti di loro saranno già a letto, ma nessuno vi darà fastidio.”
E infatti andò in quel modo.
Sembrava tutto inverosimile: una caserma in cui non si fanno scherzi ai nuovi arrivati, dopo aver sentito sempre storie di nonnismo dalla maggior parte dei congedati che avevo conosciuto. Era troppo bello per essere vero. Ed in effetti, anche nei giorni successivi, non si verificò niente. Solamente alcuni mesi più tardi alcune teste un po’ più calde provarono a fare i nonni, ma a quel punto le burbe erano altre e quindi non riguardava più il nostro scaglione, il 5^ 1985.
Mi assegnarono una branda nella prima camerata.
Io e Giorgio, di Sergnano, una frazione di Crema, ci ritrovammo insieme, mentre Federico, il pistoiese, finì in terza camerata. Avrei preferito andare con lui, per affinità di provenienza. Ma anche Giorgio si dimostrò in seguito un grande compagno di sventura al quale mi affezionai molto.
Ci spogliammo, sistemammo la nostra roba (poca) negli armadietti e poi andammo a fare la doccia. La voglia di essere freschi e puliti era più forte del sonno accumulato, così approfittammo di quella acqua calda, che a Chieti non avevamo mai potuto provare, restando sotto la doccia il più a lungo possibile.
Una cosa che notammo era l’assenza del piantone. Se non c’era un servizio di sorveglianza interno alle camerate significava veramente che la situazione era tranquilla.
Finalmente andammo a letto.
“Speriamo di dormire. Sono a pezzi. E speriamo bene. Buonanotte Giorgio.”
“Buonanotte, Roberto.”
“Allora, volete fare silenzio?” disse una voce biascicata ed insonnolita. “Le sei e mezzo arrivano presto, sapete!”
“Sì, sì, buonanotte.”
Così terminò il 28 luglio, o per meglio dire, iniziò il 29, visto che era già notte fonda.

E tu, cosa cerchi da te?

Quattro passi… con Ben – Cinquantanovesima puntata

Fummo accompagnati alla stazione di Chieti. Lì c’era un treno speciale che avrebbe portato tutti quanti nei rispettivi luoghi di destinazione, attraversando l’Italia da sud a nord.
Anche quella giornata, inutile dirlo, era incandescente. La temperatura era alta fuori, ma soprattutto sul treno, ed il fatto di essere vestiti con la divisa da festa, cioè in pantaloni, giacca, camicia e cravatta, peggiorava ancora di più le cose. In breve tempo eravamo tutti bagnati dal sudore.
Ad ogni stazione in cui il treno si fermava, urlavamo ai venditori ambulanti di venire a darci delle bottiglie d’acqua, perché non potevamo scendere.
Di fermata in fermata arrivammo alla stazione di Brescia verso le 21,30, forse un po’ più tardi, perché era già buio.
Eravamo stanchi, affamati, bagnati di sudore, ma dovevamo aspettare ancora un po’ prima di arrivare alla nuova caserma. Ognuno di noi prese il proprio zaino e poi fummo accompagnati fuori dalla stazione dove ci attendeva un piccolo pullman dell’ esercito.
Scese un sottotenente che fece l’appello, invitandoci  a salire velocemente, perché c’era ancora da fare un tragitto di strada di circa mezzora.
Non si arrivava mai.
Finalmente partimmo. Pochi chilometri, il tempo di uscire dal centro di Brescia, e tutto divenne scuro. Avevamo preso una strada completamente immersa nel buio, poche case e tutta campagna. Sembrava di essere entrati in un tunnel senza impianto di illuminazione.
Eravamo un po’ frastornati, nessuno aveva voglia di parlare. L’unica cosa che si sentiva dire era sempre la stessa, detta a più riprese da qualcuno:
“Ma dove stiamo andando?”
Cercavamo di guardare fuori dai finestrini, oltrepassando il riflesso della nostra faccia nel vetro, tentando di intravedere qualcosa, ma era tutto inutile.
Poi ad un certo punto, dopo essere sempre andati per quella lunga strada dritta, incontrammo un paese e poco dopo uscimmo dalla provinciale per imboccare una strada molto stretta, con curve a novanta gradi. L’autista del pullman dovette rallentare l’andatura per non rischiare di finire fuori strada.
Le nostre facce erano ormai diventate dei punti interrogativi. Ci guardavamo l’un con l’altro domandandoci con gli occhi: “Ma dove ci portano?”
“Quanto manca?”
“Ormai manca poco, ma non preoccupatevi, vedrete che accoglienza!” rispose il sottotenente.
Cominciai a pensare alle parole che mi aveva detto il militare amico di Amedeo quando ero a Chieti: “Montichiari è più lontano, ma si dice che lì si stia meglio.”
Ma, con tutto lo sforzo che potessi fare, non riuscivo a immaginare a cosa si riferiva quel “meglio”.
Poi, all’improvviso, apparve una luce. Ci fermammo apparentemente in mezzo alla campagna di fronte ad un cancello di ferro. Un faro ci puntò contro illuminandoci ed una persona arrivò ad aprire.
“Ci siamo, siamo a casa!” urlò con grande entusiasmo il sottotenente, con tono goliardico.
Si intravedeva nel buio l’ombra di un capannone. Il faro ci seguì ancora per pochi metri.
Costeggiamo quel capannone, ma non riuscivo ad intravedere niente che potesse assomigliare ad una caserma. Ancora un cancello. Questa volta fu il sottotenente ad aprire e poi, immediatamente dopo aver fatto passare il pullman, a richiuderlo. Dopo pochi metri, ancora un altro, stessa manovra.
“Vai, vai, corri!” disse risalendo all’autista.
Questi accelerò, e avvicinandosi ad un edificio cominciò a suonare il clacson.
Doveva essere il segnale per “l’accoglienza”.
Il pullman entrò dentro a questo edificio.
“Burbe” (così venivano chiamati i nuovi arrivati) disse il sottotenente. “Burbe, questa è la nostra caserma, noi la chiamiamo fortino.”
E infatti aveva proprio quell’aspetto.
Era a forma rettangolare, con le camerate disposte tutte intorno ad un cortile, al primo piano, mentre al piano terra c’era qualcos’altro che al momento non riuscivo ad identificare.
Fra i due piani c’era una terrazza che girava ininterrottamente per tutto il cortile, a forma rettangolare. E tutti erano lì in piedi ad urlarci:
“Burbe, dovete impazzire!” gridava uno.
“Morire, con più di 300 giorni all’alba!” gridava un altro.
“Guarda la stecca del nonno, burba!” ancora un altro.
Eravamo ancora seduti dentro, guardandoci intorno per capire che aria tirava lì fuori, ma nessuno osava scendere per primo. Dai nostri seggiolini guardavamo le persone urlanti sulla terrazza, girando la testa su tutti lati.
Quella era “l’accoglienza”. La caserma era tutta lì.
Volevano intimorisci con quelle urla, far valere l’anzianità e far capire chi contava di più.
“Oh, volete scendere burbacce?!” urlò il sottotenente. “O vi siete già cagati sotto, eh?”
Presi lo zaino e fui il primo a scendere, in mezzo al cortile, proprio nel mezzo, come nel cerchio del centrocampo di uno stadio.
“Mutismo e rassegnazione!” gridò uno.
“Dovete dormire preoccupati, avete capito, aah?” questo era in siciliano doc.
Una volta scesi, ci fecero entrare direttamente nel ristorante, mentre il pullman ripartì.

Concerto di Capodanno su “Ben… oltre”

Una vecchia tradizione di famiglia è quella di seguire il concerto di Capodanno da Vienna.

Non sono un amante di quel tipo di musica, ma in questo giorno è un richiamo al quale non riesco a resistere e che, da anni, riesce a farmi sognare.

Che l’anno nuovo possa cominciare a ritmo di marcia!