Archive for febbraio 2012

Quattro passi… con Ben – Sessantaquattresima puntata

Con il passare dei mesi e con l’arrivo dei nuovi scaglioni, il numero dei toscani era aumentato notevolmente.  Avevamo formato una specie di comunità all’interno della caserma, finendo per occupare, dopo alcuni spostamenti, la quasi totalità della terza camerata, che era la più grande.
Dopo i raccomandati lombardi, rappresentavamo la regione più numerosa, i nostri rapporti erano ottimi e riuscimmo a formare un bel gruppetto unito. Io, Federico, poi i fiorentini Chilleri, detto Killer, il Benvenuti, detto lo Squalo per il suo naso che sembrava la famosa pinna del pesce, il Donnini, detto Marino Groovy, perché ogni volta che rientrava e doveva rimettere i suoi vestiti nell’armadietto toglieva tutto quanto di dentro e lo appendeva fuori alle brande, rendendole simili all’allora famoso negozio di Firenze, Marino Groovy appunto. Poi c’era l’aretino Leardo, un gigante dall’animo gentile e generoso, e il Corsi di Prato. Questo ero il nucleo storico al quale si univano anche altri toscani, ma che non riuscirono a fare breccia in noi, spesso perché avevano dei modi diversi di affrontare il percorso cui eravamo obbligati. E per sfuggire alla noia alcune volte si rifugiavano in corposi spinelli, soprattutto dopo aver fatto rifornimento in occasione delle licenze.
Noi invece, quando tornavamo a casa, facevamo la spesa di ben altre cose, come il vinsanto, il salame e qualcos’altro di commestibile dal piccolo ingombro. Poi ci riunivamo in camerata tutti insieme, per quanto compatibile con i turni di guardia, e ci facevamo una grande mangiata.
La nostra camerata aveva raggiunto un grande livello di stabilità ed unità. Oltre a noi si aggiunse Giorgio, mentre Fabrizio di Iesi era lì sin dall’inizio, poi con gli scaglioni successivi arrivarono anche il Mancini, dottore di Roma e Maurizio, anche lui di Firenze.
Eravamo tutti convinti che quell’anno in fondo fosse inutile, ma dovendolo comunque passare lì dentro, era nostra intenzione passarlo nel migliore dei modi, restando noi stessi e non facendoci deviare dall’astrattismo e dai viaggi artificiali. Così, ad esempio, la tristezza di un rientro dalla licenza si trasformava in allegria non appena arrivati in caserma, perché qualcuno stava aspettando il rientro per poter festeggiare con salame e vinsanto.
E così, magari uno arrivava in caserma con il morale un po’ giù, perché aveva da poche ore lasciato la fidanzata e la famiglia, ma subito veniva accolto dagli altri.
“Oh, finalmente sei arrivato. Hai fatto tardi, hai incontrato traffico?”
“No, tutto bene.”
“E la roba ce l’hai?”
“Come no!”
“Dai, ragazzi, tutti qui, si mangia!”
E il salame ed il vinsanto facevano il loro ingresso sulla scena!
Quello era il nostro modo di divertirci, più che andare a cercare l’avventura o la bravata, di cui magari pentirsi subito dopo, come avvenne ad altri ragazzi.
Questo modo di agire ci permise di conoscerci molto in quel tempo, di stringere amicizie, alcune delle quali sono ancora attuali, ma allo stesso tempo ci permise di essere rispettati anche dagli altri, vecchi o burbe, per il nostro equilibrio, la nostra serenità, il nostro senso del rispetto nei confronti di tutti, compresi gli ultimi arrivati. Ovviamente non eravamo dei santi, le nostre arrabbiature le avevamo pure noi, ed anche qualche screzio, ma tutto si risolveva in pochi minuti, giusto il tempo di una spiegazione. Inoltre ci piaceva fare anche gli scherzi, che venivano svelati non appena il pesce abboccava. Il più bersagliato fra di noi era lo Squalo al quale, una volta, ne facemmo uno, forse troppo pesante. Fra gli altri mi ricordo quello che facemmo a Pepe, un ragazzo molto pauroso e frignone di Roma, e quello che feci io direttamente a Ciaffaraffà, di Siena, circa due mesi dopo il suo arrivo.

 

Una lacrima sul viso

In questa domenica piovosa ho scelto di riposare lasciandomi avvolgere dal mio caro divano: un accumulo di energia in attesa dell’inizio della settimana che sta per iniziare.
Fra una lettura di poesie e una chiacchiera in famiglia, mi sono ascoltato le canzoni del Festival di Sanremo. Mi sono piaciute, quasi tutte.
Quello, però, che mi è piaciuto di più è stato vedere che ci si può ancora commuovere per la gioia. E allora quelle lacrime diventano il modo più alto per esprimere quello che, in quel momento, non sarebbe possibile esprimere altrimenti. E lì ti rendi conto che anche chi sembra inavvicinabile, alla fin fine è, comunque, una persona.

Quattro passi… con Ben – Sessantatreesima puntata

Alla fine di agosto mi fu concessa la prima licenza. Su consiglio degli anziani optai per ottenere un permesso di quarantotto ore, detto appunto il quarantotto, ogni mese, piuttosto che chiedere cinque giorni ogni due mesi. Infatti era consuetudine far slittare questo tipo di licenza ed i sessanta giorni diventavano sempre novanta, se andava tutto bene. Il quarantotto veniva concesso invece con regolarità, almeno per le persone che mostravano un certo impegno.
Era un po’ problematico arrivare a casa con il treno, poiché c’erano da fare troppi cambi, e partendo alle cinque dalla caserma, sarei arrivato a Pistoia quasi a mezzanotte.
Trovai una soluzione migliore. Il Picchi, di Lucca, aveva la macchina e quel giorno andava in licenza anche lui. Insieme al Cini di Siena facemmo una macchinata di toscani e partimmo tutti insieme. Lui ci portò fino a Viareggio. I miei non mi vennero a prendere perché non gli avevo prospettato quella soluzione, ed infatti più tardi mi presi una bella ramanzina. Avevo detto loro che avrei chiamato appena arrivato a Pistoia.
Da Viareggio presi l’autobus, ma non era un diretto che faceva l’autostrada, perché lo persi per un pelo. Per non aspettare un’ora decisi di prendere subito dopo quello che passava attraverso tutti i paesi. Fu un errore, ed infatti arrivai a casa che erano circa le 21,30, l’oscurità incombeva.
La casa mi sembrava diversa, la disposizione della cucina era cambiata, con mobili nuovi disposti diversamente. Sembrava che due mesi circa di assenza avessero cambiato le cose di sempre, ma ovviamente era solo una mia impressione.
Riassaporai il gusto della cucina della mamma e il piacere di dormire nel mio letto, oltre a rivedere i miei cari. A tavola parlammo dell’eventualità di ripartire in macchina.
“Babbo, vorrei ritornare a Montichiari con la 126” dissi.
“Certo” rispose lui. “Dopo aver visto dove ti hanno mandato, lo avevamo pensato anche con la mamma. Però non andare con la 126, il viaggio è lungo e poi è più affidabile l’Horizon. Penso che sia meglio che tu vada con quella. La 126 la prendo io.”
Con la Talbot era tutta un’altra cosa.
L’ultimo giorno della licenza, cioè il secondo, partii da Firenze dopo aver trascorso la serata con Cinzia, e a mezzanotte in punto arrivai a destinazione.
Aver portato su l’auto fu una svolta nella mia vita militare, perché mi permise, finalmente, di uscire la sera, e rendere più piacevole il mio soggiorno obbligatorio, dandomi la possibilità di muovermi senza dover chiedere niente a nessuno e senza dover accattare qualche passaggio da sconosciuti facendo l’autostop.

Ma che freddo fa!

Quattro passi… con Ben – Sessantaduesima puntata

Dopo una settimana dal mio arrivo, la mia famiglia e Cinzia vennero a farmi visita. Avevo informato il mio maresciallo di questa eventualità per farmi dare un permesso speciale.
Quella mattina non stavo nella pelle, sembrava un’eternità che non li vedevo, soprattutto Cinzia. Sapevo che sarebbero partiti da casa molto presto, perché questa è sempre stata una nostra abitudine familiare.
Dopo l’alzabandiera fui accompagnato regolarmente al Saporiti, ma spesso mi affacciavo o andavo fuori per vedere se arrivavano, perché dovevano passare di lì, ed essendoci solo una rete di recinzione che delimitava la caserma dalla strada, si poteva benissimo vedere chi passava.
“Stai calmo che ora arrivano” mi diceva il maresciallo Badia.
“È strano, partono sempre molto presto, non sarà mica successo qualcosa?”
“Ma cosa vuoi che sia successo? Tu l’hai vista la strada: è facile che si siano sbagliati o che siano finiti all’entrata dell’aeronautica, lo fanno tutti. Dai, lavora un po’, altrimenti non ti firmo il permesso.”
Ero impaziente, poi all’improvviso:
“Eccoli, Maresciallo! Quella è la Uno nera di mio fratello!”
“Che ti avevo detto?”
Si stavano dirigendo alla centrale. Io seguivo, da lontano, tutta la scena.
Scesero e suonarono. Il sottufficiale di servizio uscì dalla baracca e andò verso l’ingresso dove cominciarono a parlare attraverso le inferriate del cancello. Poi i miei risalirono in macchina, il cancello si aprì ed entrarono fermandosi al parcheggio. A piedi entrarono nel casotto.
Dopo alcuni minuti suonò il telefono. Il maresciallo rispose:
“Pronto, Saporiti… Sì, lavora qui. Ci penso io… Grazie.” E dopo una breve pausa:
“Devi andare in centrale, ma il permesso te lo firmerà il comandante. Buona giornata, ci vediamo domani, divertiti!”
“Grazie Maresciallo, arrivederci.”
E così mi incamminai a passo svelto verso la centrale, con il cuore che batteva forte, e ancora più forte via via che mi avvicinavo. Mi tolsi il cappellino di testa ed iniziai una corsetta per arrivare più in fretta.
Finalmente li vidi. Abbracciai mia madre.
“Stai bene? Sei dimagrito!”
“Magari!”
Poi abbracciai e salutai mio padre, mio fratello ed infine Cinzia. Quello fu l’abbraccio più lungo ed intenso, poi le detti un bacio ed infine riuscii a dirle: “Ciao.”
“Il viaggio è andato bene?”
“Sì, abbiamo seguito le indicazioni, ma per trovare questa stradina abbiamo dovuto chiedere due volte. Poi ci hanno mandati al cancello dell’aeronautica” rispose Mauro.
“E ora che dobbiamo fare?” chiesi al sottufficiale.
“Ora dovete aspettare che arrivi il comandante con il permesso; ha detto che vuole conoscervi. Dovete pazientare.”
E pazientammo.
Dopo circa venti minuti il comandante arrivò. Entrò nella baracca. Io feci il saluto, ma lui subito mi disse di stare comodo. Si presentò:
“Io sono il Tenente Colonnello Mario Gelato, comandante di questa caserma. Mi scuso se vi ho fatto aspettare, ma volevo proprio vedervi, perché non capita mai che un soldato riceva visite dai propri familiari, soprattutto provenienti da così lontano. Vostro figlio è un bravo soldato, i suoi superiori me ne hanno parlato bene; lavora, si impegna, fa le guardie, insomma fa bene il suo dovere. Pertanto gli concedo molto volentieri una giornata di permesso. Bene, artigliere Benassai, questo è il permesso, buona giornata e … rientra in orario!”
“Sarà fatto, Signor Comandante. Grazie!”
Salutò tutta la famiglia e finalmente potemmo uscire.
Passai rapidamente al fortino per cambiarmi e poi partimmo alla volta del lago di Garda.
Ci fermammo a Desenzano. Per i miei genitori, che raramente si erano mossi da Pistoia, era una cosa fantastica vedere quell’enorme massa d’acqua. Mia madre era letteralmente entusiasta. Ogni poco era un’esclamazione: “Che bello!”
Mio padre invece era più compassato, si gustava quei posti con gli occhi ed un sorrisetto sulle labbra, senza proferir parola. Mauro invece era più navigato ed era già stato lì in precedenza. Io li guidavo, ma spesso lui mi anticipava, dicendo il luogo dove meritava di andare.
Per quanto riguarda Cinzia e me, beh, avevamo del tempo da rimettere, per cui i nostri occhi erano solamente per gli occhi altrui.
Dopo Desenzano andammo a Sirmione, dove ci fu un’altra ondata di “Che bello!” da parte di mia madre ed altri sorrisetti convinti di mio padre.
Il tempo trascorreva inesorabile e la giornata stava volgendo al termine. Era passata troppo in fretta, come tutte le cose belle. Mi resi conto che era la prima volta che la famiglia, tutta insieme, aveva fatto una gita lontano da casa, in un luogo che fosse al di fuori della Toscana. Sì, d’accordo, l’occasione era particolare perché io ero militare, ma viaggiare tutti insieme, in luoghi da ricordare per sempre, sarebbe stata una cosa che in futuro non si sarebbe più verificata. Avvertendo quella sensazione cercai di gustarmela fino alla fine.