Archive for giugno 2012

Quattro passi… con Ben – Settantaduesima puntata

24 giugno del 1986, martedì.
La sera precedente facemmo un po’ di bisboccia, ma senza strafare, come era nostra abitudine. Poi andammo a dormire, anche se sarebbe meglio dire che cercammo di dormire, perché l’emozione per il congedo era talmente alta che nessuno di noi del “Quinto 85” chiuse occhio quella notte.
Così “l’alba” ci trovò già svegli.
Io stavo sul letto con le braccia incrociate dietro la testa, appoggiate sul cuscino, con lo sguardo rivolto verso il soffitto, ma senza vederlo. I miei pensieri stavano ripercorrendo quell’anno incredibile: il viaggio in treno verso Chieti, il giuramento, il viaggio verso Montichiari, le nuove amicizie, i congedi dei vecchi commilitoni a me cari, come il Killer, il Corsi, il Cini, il grande Leardo ed altri ancora con i quali avevo percorso un pezzo di strada insieme.
Ripercorrevo i giorni delle licenze, la gita a Sirmione con i miei familiari e tanti, tanti altri pensieri mi affollavano la mente. Uno di questi che cercavo di tenere lontano, ancora per un po’, riguardava il mio futuro una volta uscito dalla caserma, con la ricerca del lavoro in testa a tutto. Ma ancora non volevo prendere in considerazione questa idea.
Era così tutto chiaro ciò che avevo impresso nella mente di quel periodo.
Poi fui bruscamente distolto da quei pensieri dalla sveglia che suonò.
Per molti era un giorno come un altro, mentre per me e gli altri del mio scaglione era l’ultimo giorno.
Mi alzai e già alcune grida risuonavano per i corridoi:
“È finita! Vado a casa!”
Era la voce di Scaravaglione, piemontese.
“Oggi è l’alba! Cof, cof” gridò Cosimo, di Milano, che accompagnava ogni sua frase con due colpi di tosse, frutto delle tantissime sigarette che fumava.
In camerata, con Giorgio e Federico cominciammo a prepararci, con calma, con quel sorriso sulle labbra di chi sta per fare una cosa molto volentieri.
Ci vestimmo di tutto punto, in divisa, pronti per andare a ricevere il congedo dalle mani del Tenente Colonnello Gelato.
Fummo accolti dal comandante che ebbe parole di elogio per noi, per il nostro modo di aver trascorso quell’anno, per l’impegno espresso, per l’educazione dimostrata e per il rispetto nei confronti dei più giovani.
Tutte parole che ci inorgoglirono perché dimostravano che il nostro operato non era passato inosservato ed era stato apprezzato.
Alla fine del lungo discorso, e dopo la consegna del congedo, aggiunse:
“Comodi ragazzi. Adesso vi parlo da uomo e non da comandante. Siete stati dei ragazzi bravi, prima che bravi soldati. Sarà molto difficile dimenticare il meraviglioso “Quinto 85”. Vi auguro tanta fortuna e che il futuro vi riservi tante soddisfazioni, perché se continuate così ve le meritate.”
Poi strinse la mano a tutti e ci lasciò andare.
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Quelli che…

… tu parli e non ascoltano
… dicono sì e poi fanno come vogliono
… tu mandi una mail e non rispondono
… tu lasci un messaggio in segreteria e non richiamano
… tu lasci un altro messaggio in segreteria e non richiamano
… c’è da uscire a destra ed escono a sinistra
… tu dici di andare da una parte e loro vanno dall’altra
… snobbano attraverso il silenzio
… predicano bene e razzolano male
… tu fissi un appuntamento e disdicono all’ora dell’incontro
… esponi un’idea e diventa una loro idea
… se sto con te hai ragione tu, se sto con lui ha ragione lui
… l’invidia se li mangia
… quando li chiami volevano chiamarti
… tu li saluti e loro ti salutano solo in determinati ambienti
… chi si credono di essere
… la condivisione che viene fraintesa
… aprono bocca e danno fiato
… ti voglio bene nonostante tutto

Quattro passi… con Ben – Settantunesima puntata

Il resto dell’anno proseguì in modo tranquillo, secondo la solita routine giornaliera.
Essendo diventato autista, mi ero definitivamente stabilito nell’ufficio in cui si gestiva tutto il carteggio degli automezzi, al Taliedo. Lì lavorava anche lo Squalo, così nei momenti di intervallo ci ritrovavamo al bar insieme a Federico, che lavorava al comando.
Eravamo diventati molto affiatati e più il tempo passava più ci legavamo.
Ognuno di noi faceva la sua corsa per tornare a casa il più possibile (ed in questo la “lingua” dello Squalo era imbattibile), a Federico fu concessa addirittura la licenza premio che, oltre per i suoi meriti, era un premio per tutto il nostro scaglione (così ci disse il capitano), ma riuscivamo addirittura a tornare a casa anche con un semplice permesso 8-12, cioè valido fino a mezzogiorno, ora in cui poi ci si poteva avvalere della libera uscita e rientrare poi molto tardi di notte, con qualche piccola complicità. Allora ci organizzavamo per ottenere quel permesso in modo tale da riempire una macchina, la mia o quella dello Squalo, per dividere le spese del viaggio. E così si partiva alla volta della Toscana, premendo sull’acceleratore per accorciare il tempo del viaggio ed arrivare prima, per sfruttare tutto quel poco tempo a nostra disposizione. Poi la sera, puntuali, si ripartiva per essere a mezzanotte in caserma.
Alcune volte però, invece di tornare a casa, andavamo a fare i turisti in alcune città.
Ed è così che ho visto per la prima volta Venezia e Milano, oltre a quelle un po’ più piccole, come Verona e Cremona, che in precedenza non avevo mai visitato.
Insomma cercavamo di far fruttare al meglio quell’esperienza militare.
Ogni occasione era buona per cercare di evadere, ma in senso positivo.
E con questo spirito partecipammo ad un torneo di calcetto a Montichiari, facendo una squadra che era costretta a cambiare formazione tutte le volte che giocava, a causa dei turni di guardia e dei servizi.
Ovviamente arrivammo ultimi nel nostro girone e fummo eliminati. Però ricordo ancora con piacere l’unica partita che giocai, anche se perdemmo 6 – 3.
Quella sera avevamo fatto fatica a trovare cinque giocatori da mettere in campo. Ed essendo in cinque bucati non avevamo la possibilità di effettuare cambi per riprendere fiato. Il quinto “atleta” era il maresciallo Esposito, che si credeva un giocatore, ma che doveva fare i conti con l’età avanzata.
Fino a quando ci resse il fiato giocammo alla pari con gli altri, fino al 3 – 3; poi ci fu il tracollo.
Io segnai due goals, di cui uno spettacolare, forse il più bello di tutti di quelli che ho segnato durante la mia attività amatoriale in tornei e campionati di calcio a 5.
Fu proprio Esposito che mi fece l’assist.
Iniziò l’azione sulla fascia sinistra del campo, triangolando con Giovanetti che gli rese la palla. Lui scese fino sul fondo, poi rimise la palla al centro rasoterra ed io, facendola passare  fra le gambe, la toccai di tacco facendola finire in fondo alla rete dal lato opposto a quello in cui era piazzato il portiere. Alzai le braccia al cielo per esultare ed anche il pubblico apprezzò quell’azione ed applaudì sportivamente.
Era poca cosa, di poca importanza, in fondo era un torneo insignificante, ma a me bastava per dare un senso a tutte le piccole cose che potevano aiutarmi a farmi trascorrere meglio quell’annata.
E così era utile anche una partita di calcetto.
Oggi, a distanza di tanti anni, mi sto rendendo conto che ricordo maggiormente tutto ciò che era positivo o allegro e quasi niente di ciò che mi dava fastidio, e di conseguenza posso dire che, nonostante tutto quello che si possa pensare sull’inutilità del servizio di leva, quell’anno è stato positivo ed utile.
Lì ho potuto veramente capire che tipo di persona sono quando me la devo cavare da solo, lontano da casa e sono contento di come mi sono comportato in quei frangenti. Ho conosciuto amici che ancora frequento, ho cercato di aiutare altri che invece soffrivano per la lontananza degli affetti familiari.
Quindi dal lato morale e sentimentale sono cresciuto molto riuscendo a capire e gestire i vari distacchi dai genitori, dal fratello, dalla fidanzata e dagli amici abituali.
Dal punto di vista squisitamente pratico sono grato a quell’anno perché sono riuscito a prendere la patente per guidare camion e autobus, cosa che in molti avrebbero voluto per le necessità nella vita normale. A me, grazie a Dio, non è mai servita, perché ho sempre lavorato per ciò che ho studiato. Ma essere riuscito a prenderla significa che anche in quel caso sono riuscito a fare qualcosa per il meglio.
E poi, sono soprattutto contento perché sono riuscito a rimanere me stesso, impegnandomi anche quando era facile fare il contrario, e rimanendo coerente al mio modo di pensare e di agire, rispettando me stesso e gli altri.
E il congedo era ormai alle porte.

Letture diverse

Ultimamente ho sperimentato letture diverse da quelle abituali.
Ho letto più volte un libro di poesie. La lettura è stata una caccia al tesoro, con la mente a caccia di personaggi da sviluppare per un lavoro successivo.
Poi ho letto, più volte, un breve testo, quasi teatrale, per lo stesso motivo.
Più che una lettura è stato quasi uno studio, in entrambi i casi.
Non ricordo di aver letto libri, in passato, per più di una volta, finendo e ricominciando immediatamente.
La cosa che mi ha colpito è che, rileggendo subito, nella lettura successiva ho notato particolari sfuggiti in quella precedente, e la domanda è nata spontanea: quante cose mi sarò perso di tutti i libri letti in passato?

Quattro passi… con Ben – Settantesima puntata

La vigilia di Natale arrivò.
Prima dello spettacolo ci fu la cena alla quale parteciparono gli ufficiali, con le relative famiglie, ed i soldati, gli uni mischiati agli altri, uniti nelle lunghe tavole preparate nel nostro ristorante.
Il cibo era buono e tutti quanti erano buoni in quell’atmosfera natalizia.
Poi dopo lo spumante, tutta la sala fu sgombrata in pochi minuti per dare inizio allo spettacolo
Io ero un po’ teso, ma appena salii sul palco prendendo posto dietro la batteria, tutto sparì di colpo.
Ero pronto, e lo erano anche gli altri.
Il presentatore della serata, arrivato da Verona, iniziò:
“Signore e Signori, è giunta l’ora di iniziare lo spettacolo, Aspettando la cometa 1985. Ad allietare la serata, con musica e canzoni, il gruppo Re-Ri Band (accompagnai gli applausi con una rullata di tamburo)”
Presentò tutti i componenti fino a:
“Alla batteria: artigliere Roberto Benassai!  Auguro a tutti un buon divertimento! E adesso: via con la sigla!”
Era il nostro momento!
Eravamo un po’ emozionati, ma appena Biagio partì con le prime note, ci calammo tutti nella nostra parte e tutte le ansie sparirono. Adesso c’era solo da fare bene e divertirsi suonando. Io poi ero su un altro pianeta dalla contentezza, perché finalmente potevo suonare lo strumento che amavo di più, avendo colto al volo un’opportunità unica per farlo.
La serata iniziò e continuò nel migliore dei modi. Le canzoni ci vennero bene a tal punto che ci furono chiesti alcuni “bis”, gli applausi furono tanti e convinti. Biagio suonò i suoi brani con la fisarmonica facendo ballare gli ufficiali con le mogli, e l’imitazione che avevo preparato fece sorridere tutti quanti.
Insomma, fu un vero successo, ed alla fine ricevemmo i complimenti di tutti. In particolare ricordo quelli del comandante Gelato.
“Complimenti, siete stati davvero bravi. Dopo il disastro iniziale avevo un po’ di paura per la riuscita della serata. Ma vi siete preparati ed avete svolto il compito in maniera eccellente.”
Era sempre formale quando parlava.
Intervenne Pucci che disse: “Signor Comandante, adesso glielo possiamo dire.”
“Dire cosa?”
“Vede, nel nostro gruppo, tutti sapevamo di musica tranne l’artigliere Benassai. Per lui si è trattato della prima volta: fino all’inizio delle prove, poche settimane fa, non aveva mai suonato la batteria.”
“Non è possibile! E perché non me lo avete detto subito?”
“Pensavamo che lei non avrebbe accettato di inserirlo nel gruppo. Così abbiamo voluto prima provarlo. Ed è andata bene. Non le pare?”
“È andata molto bene. Complimenti di nuovo.”
Strinse la mano a tutti e si accomiatò, facendo gli auguri di buon Natale.
Fu poi il turno del maggiore La Triglia a complimentarsi:
“Se avessi saputo che eravate così bravi non avrei ingaggiato quel presentatore. Avete praticamente fatto tutto voi. E tu, Benassai, ma come ti è venuta in mente quella storiella? Bravi, bravi veramente. Ci avete fatto trascorrere una bella serata. Vi auguro di cuore un buon Natale.”
Finalmente arrivò l’ora di andare a letto, ma noi del gruppo eravamo così carichi di adrenalina che nessuno aveva voglia di dormire. Così ci radunammo nella mia camerata ed incominciammo ad ascoltare il nastro della serata che avevamo registrato, facendo commenti ed anche critiche sul nostro operato. Eravamo tutti contenti, specialmente io. Ero quasi incredulo.
La serata era stata magnifica, indimenticabile, tant’è vero che a distanza di molti anni, quando arrivo alla vigilia di Natale, di nascosto, con le cuffie, mi ascolto sempre quella cassetta e quella canzone natalizia, e credo che continuerò a farlo fino a quando non si guasterà.